La recensione pubblicata su Musicologi.com e Connesso.it


"Sat 11 ovvero un perfetto technopop da classifica, nel senso che il quintetto pordenonese formato da Doc (tastiere), Anna (voce), Pippo (chitarra), Davide (basso) e Giovanni (batteria) ha tutti i presupposti per tentare la fortuna. Che il gruppo abbia intenzioni serie lo si capisce dal fatto che non esordisce con un semplice demo, ma sforna immediatamente un album di dieci brani. Intendiamoci, nulla di nuovo sotto il sole: quello dei pordenonesi è un rock in salsa elettronica dal piglio intimista ed adolescenziale che si inserisce perfettamente nell’alveo tracciato da Subsonica, Ustmamò, Timoria o Tiromancino prima maniera. Però le melodie molto orecchiabili, impreziosite da buoni arrangiamenti elettronici, e qualche riff chitarristico che indurisce il suono fanno dei Sat 11 un gruppo accessibile sia al pubblico orientato all’easy listening che a quello più intransigente del rock. I cinque maneggiano sonorità ormai familiari a tutti i livelli e le canzoni entrano facilmente nella testa dell’ascoltatore; i timbri acidi e taglienti dei synth rivelano un evidente debito di riconoscenza di Doc - vero motore del gruppo - verso l’elettronica inglese della prima metà degli anni Novanta. Attorno a quegli arpeggi dilatati dai delay e quegli inserti di analogico in loop a cerare brevissime frasi ritmiche si intersecano le trame degli altri strumentisti. Il risultato è una musica godibile e carica di groove. A dare un tocco di originalità è la voce di Anna, potente ed imperiosa ma proprio per questo a volte sembra costretta entro i margini imposti dal resto degli strumenti; è il caso di brani come La tempesta e Libera, dove le parti sembrano essere poco amalgamate e risultano poco espressive. Al contrario in 7, Elettrica e Veleno, decisamente i brani migliori dell’album, per le stesso motivo hanno un impatto robusto ed accattivante; si tratta dunque di calibrare leggermente il meccanismo. A chiudere l’album il divertente episodio techno-paranoico The scimmia dance, testo nonsense cantato col vocoder, e il rock sbilenco della ghost track La canzone commerciale.
Mauro Mazzocut
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